martedì 9 settembre 2008

Allarme, son fascisti...

INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA,
GIORGIO NAPOLITANO, IN OCCASIONE DELLA
CELEBRAZIONE DELL'8 SETTEMBRE 1943 
Roma, 8 settembre 2008

La data dell'8 settembre, che celebriamo quest'anno con particolare impegno nel 65° anniversario di quella drammatica giornata del 1943, segnò insieme uno dei momenti più bui della nostra storia nazionale unitaria e una delle prove più luminose della forza vitale della patria italiana.L'8 settembre 1943 sancì il crollo - nella sconfitta e nella resa, nonostante il sacrificio e l'eroismo dei nostri combattenti - di quel disegno di guerra, in alleanza con la Germania nazista, che aveva rappresentato lo sbocco fatale e l'epilogo del fascismo. Ma quell'8 settembre annunciò nello stesso tempo la nascita della Resistenza, nel duplice segno che la caratterizzò fino all'insurrezione vittoriosa e alla Liberazione del 25 aprile del '45.Nel clima di dissoluzione e pauroso sbandamento che seguì l'armistizio con le forze angloamericane, avrebbe davvero potuto essere travolta la patria : così non fu, così non sarebbe stato, perché nacque in quello stesso giorno un decisivo moto di riscossa e di rinascita, che chiamammo ben presto Resistenza.Nacque con la coraggiosa, disperata difesa, qui a Porta San Paolo, dei Granatieri di Sardegna, dei Lanceri di Montebello, dei militari che erano a presidio della Capitale, e dei civili antifascisti, giovani ardimentosi, che si unirono a loro. Nacque, la Resistenza, con gli straordinari episodi che videro in tutto quel mese di settembre, in Italia e all'estero, nostri reparti e mezzi militari, delle diverse Armi, seguire la via della dignità e dell'onore, tener vivo il senso della fedeltà al giuramento e della lealtà verso chi rappresentava la continuità della Nazione. Andrebbe forse ricordata nella sua interezza, nella molteplicità dei suoi straordinari esempi, la storia del settembre 1943 e l'epopea dei militari che la scrissero. Perciò ho parlato, e l'ho sempre sottolineato anche nelle celebrazioni della Festa del 25 aprile - a Cefalonia come a Genova - di un duplice segno della Resistenza. Quello della ribellione, della volontà di riscatto, della speranza di libertà e di giustizia che condussero tanti giovani a combattere nelle formazioni partigiane e, non pochi, a sacrificare la loro vita. E quello del senso del dovere, della fedeltà e della dignità che animarono la partecipazione dei militari, compresa quella dei seicentomila deportati nei campi tedeschi, rifiutando l'adesione alla Repubblica di Salò. Un partecipazione da valorizzare più di quanto pure si sta facendo, perché essenziale, e caratterizzante della Resistenza italiana, accanto alla decisiva componente partigiana. E il punto d'incontro e di sintesi fu in un ritrovato amore per la Patria, in una comune volontà di far rinascere l'Italia, al di là delle divisioni fratricide del 1943-45.L'Italia rinacque nello sforzo di ricostruzione del paese devastato e avvilito, e di edificazione di una nuova democrazia, quale fu disegnata nella Costituzione repubblicana.Si ritrovano oggi, e sempre più possono ritrovarsi, tutte le componenti ideali, sociali e politiche della società italiana nel sentire come propria la Costituzione di cui quest'anno abbiamo celebrato il 60° : nel rispettarla, nel trarne ispirazione, nell'animare un clima di condiviso patriottismo costituzionale.E la ricostruzione e rinascita dell'Italia ha significato anche la ricostruzione e rinascita delle sue Forze Armate, quali hanno saputo via via rinnovarsi al servizio della Repubblica democratica fino a dare nuova prova di sé nel difficile cimento delle missioni all'estero per la pace e la sicurezza internazionale.Vorrei in conclusione esprimere il più vivo compiacimento per l'impegno con cui anche oggi le istituzioni romane, il governo nazionale, le associazioni combattentistiche e partigiane si sono unite nel ricordo di quanti seppero resistere e combattere e nell'omaggio a quanti caddero per la Patria. Vorrei incoraggiarvi tutti a rafforzare il vostro comune impegno di memoria, di riflessione, di trasmissione alle nuove generazioni del prezioso retaggio della battaglia di Porta San Paolo, della difesa di Roma e della Resistenza.

GRAZIE, PRESIDENTE

domenica 7 settembre 2008

Eccezionali rinvenimenti archeologici nel castello di Squillace

Gli scavi sono stati affidati dal Comune di Squillace alla professoressa Chiara Raimondo, dell'Università della Calabria.

di Salvatore Taverniti

SQUILLACE - Altri rinvenimenti eccezionali nel castello di Squillace (nella foto a lato, di Laura Za). Lo scheletro di un infante e un ambiente sotterraneo accessibile da una botola, oltre a vari resti di oggetti in ceramica e altro materiale sono stati trovati nei giorni scorsi durante l’intervento di scavo in atto. Il 9 giugno scorso, nell’ambito di un intervento di recupero del castello di Squillace, è stato dato l’avvio ad una nuova campagna di scavi archeologici diretti dalla Soprintendenza Archeologica della Calabria e finanziati dall’amministrazione comunale di Squillace. Gli scavi sono stati affidati dal Comune alla professoressa Chiara Raimondo, dell'Università della Calabria, che si avvale della collaborazione di archeologi medievisti e specialisti del settore dei rilievi topografici. Il castello era già stato oggetto di un’indagine archeologica tra il 1990 e il 1994 che aveva permesso di chiarire almeno in parte le fasi costruttive che caratterizzarono il complesso fortificato tra il XIII e il XVI secolo. In quell’occasione erano stati rinvenuti, tra l’altro, gli scheletri di due guerrieri, che di recente sono stati ricomposti in apposite teche nel museo del castello squillacese, dopo gli studi effettuati da Gaspare Baggieri, antropologo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Il nuovo intervento è finalizzato a puntualizzare gli eventi riferiti a quel periodo storico e a definire la cronologia e le dinamiche della fondazione del castello. Lo scavo interessa attualmente l’area palaziale, le torri federiciana e angioina e un’area esterna al cassero adiacente al mastio normanno. Proprio in quest’area, alcuni giorni fa è stata ritrovata la piccola sepoltura, semplicemente scavata nella terra, che accoglieva un infante deposto in posizione supina. La tomba, orientata ad est, era delimitata da pietre e frammenti di tegole poste di taglio ed era priva di corredo, come peraltro tipico nelle tombe cristiane medievali. La sepoltura risale al periodo tra la seconda metà e la fine del XIII secolo. Nella torre angioina è stato portato alla luce un ambiente sotterraneo che ospita una feritoia trecentesca rivolta a difendere l’entrata al castello e due bocche da fuoco relative alle nuove macchine da difesa entrate in uso a partire dal XV secolo. All’ambiente si accedeva solo tramite una botola aperta nel pavimento del piano superiore.
Informato del nuovo rinvenimento sepolcrale, Baggieri ha affermato che “trattandosi delle ossa di un infante, lo stato di conservazione nel complesso appare discreto”. “Non è possibile attribuirne il sesso – ha aggiunto – in quanto questo si apprezza dopo la pubertà. La morte è presumibile che sia avvenuta tra i due e i cinque anni d’età. Una volta analizzati con attenzione i resti ossei, si potrà stabilire l’età esatta dai denti e dall’accrescimento osseo. Lo spostamento di alcune ossa, l’anca di destra scivolata in basso, il femore di sinistra finito sopra quello di destra, la mandibola rovesciata in basso sono indicativi di movimenti meccanici, come un terremoto, sulla disconnessione post mortem dei legamenti. A prima vista non appaiono traumi, per cui l’infante potrebbe essere deceduto per malattia infettiva. La sepoltura di tipo primario protetta da un contorno di pietre presenta un interesse di primo piano, anche se povera emerge la commozione deposizionale: deposto in fossa avvolto probabilmente del solo sudario. Non mi sorprende se nello stesso luogo venissero rinvenute altre tombe infantili: sarebbe un’area sacra all’interno del castello ben identificata”. Lo scheletro rinvenuto è stato ricomposto nella sala del museo del castello, in attesa degli esami scientifici e della definitiva sistemazione per la fruizione al pubblico.
Il sindaco di Squillace, Guido Rhodio, ha messo in risalto l’importanza dei ritrovamenti all’interno del castello normanno che stanno a sottolineare il ruolo fondamentale di Squillace come crocevia della storia europea. “Gli scavi archeologici – ha aggiunto Rhodio – si inseriscono in un percorso che porterà sicuramente a scoperte interessanti del periodo medievale. Mi auguro che la Regione conceda l’ulteriore finanziamento già richiesto per proseguire queste indagini archeologiche”.
Gli scavi, che proseguiranno ancora per alcuni mesi, permettono, inoltre, di raccogliere moltissime informazioni sulle produzioni ceramiche tipiche di Squillace tra il XIII e il XVIII secolo, sulle suppellettili in vetro, in metallo e su molti altri manufatti della vita quotidiana del castello.

Gli scavi archeologici in corso nel castello di Squillace

giovedì 4 settembre 2008

Chi salverà la Calabria?

Non la salverà la classe politica, moralmente e culturalmente inadeguata a determinare il riscatto della nostra regione. Serve un profondo e radicale rinnovamento del senso etico e civile dell’intera società calabrese, la generale riappropriazione dei grandi valori culturali della nostra storia e della nostra tradizione.

di Domenico Condito

Non sarà la classe politica a salvare la Calabria. È culturalmente e moralmente inadeguata, nel suo complesso, a determinare il riscatto della regione. E la rinascita calabrese non è solo una questione politica o economica. Il nostro dramma è dato dallo sconcertante e generale degrado etico che sta avvelenando la nostra Terra. L’ultima notizia è di questi giorni: schiavismo in Calabria, sei indiani costretti alla schiavitù all’interno di un circo dove lavoravano da due anni, e uno di loro era morto nei mesi scorsi in un incidente sul lavoro, mentre il circo si trovava in Lazio. Ma la nostra regione non è nuova a questa vergognosa forma d’inciviltà e infamia. Solo l’anno scorso venivano denunciate le dure condizioni di vita degli immigrati che lavoravano nei campi della Piana di Gioia Tauro, schiavizzati dalla ’ndrangheta nella raccolta di agrumi. Per non parlare delle indagini della Procura di Catanzaro, che aveva scoperto un traffico di esseri umani ridotti in schiavitù, arrestando 31 uomini appartenenti ad una organizzazione internazionale di eritrei e marocchini, che gestiva gli sbarchi illegali e le fughe di extracomunitari dai centri di accoglienza. Un malaffare internazionale che non sarebbe possibile senza le necessarie complicità «nostrane» e l’esistenza di una consistente «domanda» regionale, capace di alimentare questo vergognoso mercimonio di uomini. È l’ultima frontiera del degrado etico della regione. Come se non bastasse tutto il resto: la ’ndrangheta; una classe politica ch’è sinonimo di corruzione e inefficienza; casi di magistrati collusi con la malavita; l’imprenditoria selvaggia - che dopo le devastazioni dei decenni passati continua indisturbata a fare scempio del nostro territorio, grazie all’«adeguamento» ad hoc dei piani regolatori in molti comuni calabresi; la mala-sanità che uccide, ed è cronaca degli ultimi mesi; il lavoro negato; l’usura, ormai vera sciagura sociale; e l’elenco delle nostre abiezioni sociali potrebbe continuare.
Mi domando se tutto ciò si sarebbe potuto verificare in una società mediamente sana, provvista dei necessari anticorpi morali per contrastare il cancro che la sta devastando, o se l’«emergenza Calabria» non sia l’espressione di una più generale compromissione etica della società calabrese. Non è necessario essere direttamente collusi con l’illegalità e il malaffare per favorire la catastrofe sociale che ci sta divorando. Piccoli accomodamenti qua e là, qualche compromesso, atteggiamenti rinunciatari - e magari per quieto vivere, bisogno, paura, o senso di impotenza - finiscono per generare quella sorte di «pigrizia morale» collettiva, che poi è l’humus ideale per il proliferare dei mali che affliggono la nostra regione. È la peggiore delle dominazioni che la Calabria abbia mai subito nel corso dei secoli: quella messa in atto dagli stessi calabresi, vittime-artefici delle «mostruosità» che essi stessi hanno contribuito a generare, con atteggiamenti troppo spesso accomodanti e rinunciatari, se non direttamente collusivi.

Il 6 ottobre 2002, alla chiusura dell'Anno Bruniano, nel IX Centenario della morte del fondatore dei Certosini, i vescovi calabresi indirizzavano una Lettera alle nostre Chiese di Calabria contro la 'ndrangheta e il degrado morale della regione. In essa si legge che “la mafia sta prepotentemente rialzando la testa. E di fronte a questo pericolo, si sta purtroppo abbassando l’attenzione. Il male viene ingoiato. Non si reagisce. Non c’è società civile, fa fatica a scuotersi. E’ chiaro per tutti il giogo che ci opprime. Le analisi sono lucide ma non efficaci. Si è consapevoli, ma non protagonisti! La mafiosità, poi, è ancora più pericolosa della mafia stessa. Perché si insinua tra le pieghe delle istituzioni, diventa facile accomodamento, addirittura in certi casi si trasforma in comoda autogiustificazione (poiché c’è la mafia, è inutile operare, inutile investire, inutile cambiare e vano è restare per cambiare la nostra terra!). L’usura spoglia e depaupera tante attività e getta nella paura numerose famiglie. Gli usurai si fanno sempre più prepotenti, arroganti. Non hanno paura a farsi notare. Spudorati, e pur tuttavia spesso impuniti! E allora, perché non ci diamo strumenti moderni ed efficienti per fronteggiarli? (…) Gli stessi percorsi di legalità non creano ancora una cultura ed una forza adeguata. Occorre infatti riempire la legalità con contenuti precisi di giustizia. La legalità da sola non basta più. (…) Si sta ingenerando un terribile principio negativo: l’appartenenza a certe forze politiche prevale sulla competenza per il ruolo che si è chiamati a svolgere! L’appartenenza più della competenza: allora diventa inutile studiare, essere qualificati e ben preparati, specializzarsi. Tutto si svuota. E’ quel vuoto di etica che sopra abbiamo chiesto alle nostre chiese e alla società civile di colmare, perché siano scuole di etica per ogni uomo di buona volontà”. In un altro passaggio del documento dei Vescovi calabresi, capaci anche di una severa autocritica, leggiamo che “in questo contesto, è decisiva una più coraggiosa progettualità nelle nostre Parrocchie, perché è nell’interno della comunità cristiane che maturano le risposte adeguate ai drammi della nostra terra. Ma si richiede più discernimento, più profondità nei Consigli Pastorali, perché siano vigili e sappiano dare, al momento giusto, suggerimenti veri ed adeguati per educare l’intera comunità ed il paese. Abbiamo perciò bisogno di Preti profondi, più coraggiosi e più uniti, pieni di progettualità e speranza, nelle omelie propositivi e rispettosi di tutti, ma insieme chiari nella forza interiore, esempi luminosi di vita spirituale”.

Sono parole di ieri, ma d’una drammatica attualità. La soluzione all’«emergenza Calabria»? Un profondo rinnovamento etico e culturale della nostra società, che chiami in causa, in vario modo, ogni calabrese di buona volontà. Solo una società ricostruita radicalmente nel proprio sentire etico e civile, sarà in grado, fra l’altro, di esprimere una classe politica degna di questo nome. Oggi la politica calabrese è inadeguata, perché collusa fortemente con la cosiddetta «società civile»: quanti politici calabresi sarebbero eletti, se non si prestassero al gioco perverso delle clientele e del voto di scambio? L’unica via di riscatto rimane quella del rinnovamento culturale, ch’è soprattutto riappropriazione dei grandi valori etici della nostra storia e della nostra tradizione. Per non morire, per non diventare l’abiezione dell’intero paese.

Questo è il momento della rivolta morale. Non abbiamo altra scelta. Crediamoci.

Corigliano Calabro: Fotografia 2008

Ritorna l'importante rassegna artistica organizzata dall'Associazione Culturale Corigliano per la fotografia
6a Edizione, 4-10 settembre 2008
Mostre al Castello Ducale dal 7 settembre 2008 al 9 novembre 2008
Direzione Artistica: Gaetano Gianzi e Cosmo Laera

Corigliano Calabro è uno dei più interessanti centri storici del versante ionico cosentino. Le sue origini risalgono al tempo dell’incursione araba del 977 da parte dell’emiro di Palermo Quasim. In quella circostanza gli abitanti di Aghios Mavros, San Mauro, si trasferirono sopra un’altura poco distante, ma più sicura, dando origine al villaggio di Corellianum. Dopo la conquista normanna, Roberto il Guiscardo, nel 1073, vi fondò un castello, con l’annessa chiesa di san Pietro. Successivamente la città si sviluppò attorno al castello e alle chiese di “Santoro” e di “Santa Maria”. Nel XIV secolo accolse una comunità ebraica. Fu feudo dei Sanseverino, dei Sangineto, e poi dei Saluzzo di Genova. Nel 1806 fu devastata dalle truppe napoleoniche.
Quello di Corigliano Calabro è un territorio ricco di storia e bellezze naturali. Un luogo ideale per coltivare la passione e l’arte della fotografia. Non è un caso allora che la rassegna annuale organizzata dalla Associazione Culturale Corigliano per la fotografia giunge quest’anno alla sesta edizione. L’importante manifestazione, realizzata con il patrocinio del Comune di Corigliano Calabro e con il finanziamento della Regione Calabria
, nasce appunto per affidare alla fotografia d’arte l’interpretazione di un territorio di straordinaria bellezza e ricco di preziosi siti artistici e culturali.

La rassegna è affidata alla direzione artistica di Gaetano Cianzi e Cosmo Laera, e si svilupperà fino al 10 settembre con workshop, mostre e incontri con qualificati operatori del settore, autori ed esperti.
L’evento centrale di questa edizione è affidato a Mario Cresci, fotografo, artista e visual designer, nonché docente a Brera di Fotografia. Il celebre fotografo, che ha partecipato a diverse edizioni della Biennale di Venezia, ha realizzato una raccolta di immagini fotografiche su Corigliano Calabro, che saranno presentate al pubblico proprio in occasione dell’inaugurazione del festival il 7 settembre 2008.

PENSIERO MERIDIANO. Fotografi e Fotografia del Sud

Programma:

Inaugurazione 7 settembre 2008 – ore 11.00 Castello Ducale
Interverranno: Il Commissario della Città Paola Galeone, il vice presidente della Regione Calabria Domenico Cersosimo, il presidente della Provincia di Cosenza Mario Oliverio, il Vice Presidente Touring Club Italiano Amedeo Tarsia in Curia, Antonella Pierno (Accademia di Belle Arti Brera di Milano), Margherita Guccione (direttore MAXXI Architettura di Roma), Francesca Fabiani (collezioni di fotografia, MAXXI architettura), Laura Serani déléguée artistique du Mois de la photo, directrice del SiFest, Valeria Moreschi (Fnac Italia), Fulvio Merlak (Presidente FIAF), Massimo Morelli, presidente Porphirius Image Bank, Gaetano Gianzi (Direttore Artistico e presidente dell’Associazione Culturale Corigliano per la Fotografia), Cosmo Laera (Direttore Artistico), interviene Gennaro Cosentino giornalista RAI.

Presentazione


Mostre – 7 settembre 2008 al 9 novembre 2008
Castello Ducale di Corigliano Calabro:

Mario Cresci – “OLEUM”
Elena Givone – “Paradiso perduto”
Carmelo Nicosia – “Ali 2008”
Carmelo Bongiorno - “Altri Orizzonti”
Martine Voyeux – “ Saga Maure”
Paolo Pellegrin - “As I was Dying”
in collaborazione con LUCCAdigitalPHOTOfest
Mediterranéennes fotografie di: Bernard Plossu, Levanzo, Ramón Masats, Edouard Boubat, Francesco Gattinoni, Inge Morath, Jean Dieuzaide, Naya e Schoefft, Thierry Lefebure, Kamel Dridi, Gabrielle Cuallado, Martine Voyeux, Bernard Guillot, Edward Quinn, Carlos Perez Siquier, Federico Patellani, Henri Cartier-Bresson, Pascal Dolemieux, Daoud Alias Syad, Claude Nori, René Burri, Michel Delaborde, Françoise Nunez. Mostra a cura di Claude Nori
Emiliano Mancuso “Terre di Sud”
in collaborazione con FNAC Italia ed il Premio Attenzione Talento Fotografico edizione 2005
Flavio Oliveira “Prisioneiras de Lixo”
Marina Misiti “Mappe Urbane Personali”
Angelo Maggio e Francesco Paolo Lavriani “Feste e tradizioni nel Mezzogiorno”
XXIII mostra fotografica itinerante dei Circoli FIAF Calabresi”

rassegna di videoarte monocanale
in collaborazione con Accademia di Belle Arti di Catania - ZO Centro Culture Contemporanee (CT)
ideazione Roberta Baldaro, Massimo Rossi
Teatro Valente-Centro Storico – 6 settembre 2008 ore 20.30
 
INCONTRO FIAF
FULVIO MERLAK incontra i soci della Calabria
6 Settembre 2008 ore 9.00
 
PORTFOLIO
6 Settembre 2008 ore 9.00
Massimo Morelli, presidente Porphirius Image Bank
Ezio Bertino, responsabile comunicazione Seat Pagine Gialle e promotore dell’iniziativa ‘Pagine bianche d’autore’
Fulvio Merlak, presidente FIAF
Laura Serani déléguée artistique du Mois de la photo, directrice del SiFest

Incontri/Workshop
4\10 settembre 2008
Castello Ducale di Corigliano Calabro:
4/5/6 settembre 2008
4 settembre 2008 ore 10.00 presso il Castello Ducale
Paolo Pellegrin ottobre 2008
7 settembre 2008
Chiacchierata sulla fotografia ore 18.00 presso il Castello Ducale
8/9/10 settembre 2008
Daniele Coralli
Tecniche digitali, postproduzione e utilizzo di Photoshop

Informazioni: organizzazione tecnica, informazioni e iscrizioni workshop:
Associazione Culturale CORIGLIANO per la FOTOGRAFIA
Corigliano Calabro (CS) - ITALIA
tel. 339.5699024 – 392.8243065

MUSEO CASTELLO DUCALE
Piazza Compagna, 1 - 87064 Corigliano Calabro (CS) - ITALIA
tel. 0983/81635
orari di apertura: 09.00-13.00/16.00-19.00 — lunedì chiuso
 
Prenotazione Alberghiera:
Zagara Viaggi e Turismo – Corigliano Calabro
tel. 0983/888001 - 0983/886696 - Fax 0983/886695

martedì 2 settembre 2008

Il Procuratore Salvatore Boemi: Reggio non è mai stata con noi

Il Procuratore aggiunto della DDA di Reggio Calabria, Salvatore Boemi, lancia un appello "alla comunità calabrese e reggina in particolare, perché non stia più dietro ad una finestra a guardare, ma trovi il coraggio di essere protagonista di una nuova stagione di lotta alla criminalità", e afferma: "Reggio non è mai stata con noi. Non contro di noi ma non è stata mai con noi". La citazione del collega Nino Scopelliti, ucciso in un agguato, diciassette anni fa: "il giudice è sempre solo".

Articolo di Antonio Aprile e Angela Chirico,

pubblicato su La Riviera On Line - 01.09.2008:

REGGIO CALABRIA. Ha il dono di parlare chiaro, Salvatore Boemi, Procuratore aggiunto della DDA di Reggio Calabria. Uno che i problemi legati alla criminalità organizzata li conosce bene, dopo tanti anni in prima linea nella lotta contro la ’ndrangheta. Anni vissuti, spesso, in solitudine. Perché, come dice lui stesso citando il collega Nino Scopelliti, ucciso in un agguato diciassette anni fa: «il giudice è sempre solo. Solo nel giudicare, solo con le menzogne alle quali ha creduto o le verità che a volte gli sono sfuggite, ma con la fede cui si è sempre e spesso aggrappato». È una esortazione, la sua, alla comunità calabrese e reggina in particolare, perché non stia più dietro ad una finestra a guardare ma trovi il coraggio di essere protagonista di una nuova stagione di lotta alla criminalità. «Parlando con qualche giornalista che come me è un patito di calcio - è stato l’amaro sfogo di Boemi- dico sempre che giochiamo non in un campo avverso. Peggio. Giochiamo in un campo senza spettatori. Reggio non è mai stata con noi. Non contro di noi ma non è stata mai con noi». Si parla spesso della necessità di una modifica della legislazione antimafia ma quali sono effettivamente gli strumenti in mano ai magistrati e dove si inceppa la macchina della giustizia? «Non è facile rispondere. Dalla morte di Falcone a oggi è stata una continua lotta, si è fatto un passo in avanti e due indietro. Distinguiamo le problematiche strutturali da quelle processuali. La magistratura, l’antimafia nel suo complesso, sono sempre stati penalizzati dal fatto che il nostro è un paese perennemente in crisi economica. Il dottore Gratteri si lamenta perché le sue macchine non hanno benzina, il Procuratore Pignatone si rende conto che la Procura distrettuale non è un ufficio sicuro, eppure non accade niente. Io dico che sulle tematiche strutturali bisogna mettere proprio una pietra tombale sopra e lavorare, accettare queste condizioni e andare avanti senza piangersi addosso. Ci manca un po’ di tutto, però questo è nella logica delle cose. Allo stesso modo mancò tutto a Palermo negli anni successivi al maxi uno, quando dopo avere costruito una splendida aula bunker non si fece un passo in avanti. Poi ci sono i problemi processuali e questi sono drammatici veramente perché nessuno ne parla, né tantomeno l’informazione che in Italia è drogata dai poteri forti. Oggi le indagini si svolgono all’80% su intercettazioni perchè nessuno collabora con la magistratura. Checché si parli di una svolta, le denunce sono sempre troppo poche. La gente non si fida, non parla. Ha scelto il patto con la mafia, tanto una “tassa” in più si può anche pagare. Stiamo andando verso un tracollo giudiziario inquietante, nel silenzio colpevole di tutti, perché nel momento in cui ci verranno vietate le intercettazioni, ci saranno ristrette le possibilità di captare». Ci fa un esempio? «L’ultima inchiesta sui Piromalli di Gioia Tauro, che si basa non su intercettazioni normali ma su captazioni carcerarie. Nell’assenza di voci processuali è diventato prova addirittura ciò che si dice durante i colloqui. Dopo questa inchiesta si è giunti a un punto di non ritorno, ci sono già famiglie mafiose che non vogliono neppure fare i colloqui. A noi magistrati antimafia, molto più della benzina o dei fotocopiatori, mancano le voci processuali e senza di queste i processi non si potranno fare». Lo diceva anche il Procuratore nazionale Piero Grasso che senza intercettazioni o nuove confessioni lo stesso fascicolo su Nino Scopelliti non si potrà riaprire… «Guardi, il processo Scopelliti io l’ho vissuto direttamente. Dall’ottobre del 1993 trovai un fascicolo aperto già ben istruito dai colleghi della Procura di Reggio. Fu uno dei primi processi che noi portammo avanti. Il caso Scopelliti per ciò che ha rappresentato, e mi lasci dire che solo i reggini ne capiscono l’importanza, è stato il centro perenne di tutta un’attività antimafia del nostro ufficio. Un caso emblematico che non passerà mai in secondaria importanza. Fu l’ultimo omicidio della guerra di mafia. Dopo, a Reggio, non si sparò più mentre prima, per sei anni e nel disinteresse delle istituzioni nazionali, qui raccoglievamo un morto al giorno. Ma c’è anche un’altra ragione che ne fa un caso significativo. Si trattò di un grande omicidio delle mafie, frutto di un accordo che si basava sulla richiesta siciliana di bloccare il maxi-processo ad ogni costo. I corleonesi, nella loro ottusità, pensavano che la morte del rappresentante della pubblica accusa potesse determinare quello slittamento di uno o due mesi del processo che avrebbe portato alla scarcerazione di tutti gli imputati detenuti. Fu compiuto in Calabria perché i rapporti con la mafia siciliana, risalenti ai tempi del bandito Giuliano, si saldarono negli anni ’50 quando, le grandi figure mafiose calabresi richiedevano con insistenza di trascorrere il periodo carcerario in Sicilia. Nel carcere di Palermo si saldò questa grande alleanza. Il processo Scopelliti è nato, ha superato lo scoglio dell’udienza preliminare ottenendo un’ottima sentenza di primo grado nella quale si affermava che il vertice siciliano era mandante dell’omicidio. Queste conclusioni, se confermate in appello, probabilmente avrebbero aperto la strada ad altre collaborazioni. A noi non mancano i mandanti di quell’omicidio ma gli esecutori materiali. Perché si è bloccato tutto? Perché si è scelto di fare crollare il teorema Buscetta proprio a Reggio Calabria ma di questo ne risponde chi, in Corte d’Appello, scrivendo una sentenza che io non ho mai condiviso, tanto è vero che si è fatto ricorso in Cassazione, ha determinato questo scollamento giudiziario. Ripeto: non è un caso oscuro. Sono convinto, come ho sostenuto pubblicamente nell’accusa in quel processo, che l’impostazione originaria della procura distrettuale sia l’unica realtà vivibile e tangibile di questa vicenda». Tornando a questo presunto patto che la comunità stringe con la criminalità organizzata: in un territorio storicamente disilluso, in cui lo Stato è latitante, l’antistato, cioè il crimine, può essere considerato un male necessario, qualcosa a cui aggrapparsi dove lo Stato non c’è? «Intanto c’è una tradizione secolare. La sicurezza nel meridione, molto più che dallo Stato, è stata rappresentata dalla mafia. In Calabria si crede che, stringendo un patto ben preciso con l’organizzazione che rappresenta il territorio, si acquisisca la certezza di poter operare con tranquillità e serenità, che, ad esempio, i cantieri non subiscano danneggiamenti. In definitiva c’è una spartizione economica vera e propria. Non è che lo Stato non c’è: il problema è che con un processo penale come quello nostro di tipo anglosassone in cui la prova si forma nel dibattimento, andare in aula come ha fatto un collaboratore a dire “al Gebbione non c’è lo Stato ma i Labate”, ci vuole un coraggio che rasenta quasi la follia. La stessa che alla fine ha poi colpito, purtroppo, lui e la sua famiglia. La mafia non ha più bisogno del kalashnikov o del tritolo per intimidire, basta la presenza fisica del suo rappresentante. È indiscutibile che tutto questo porta nel processo penale a quella carenza di voci processuali che è una realtà. I processi, ad esempio, oggi sono basati più su reati di tipo associativo che su reati specifici come l’estorsione perché le parti offese negano l’evidenza e, senza la collaborazione della vittima, è difficile arrivare alla certezza della condanna. C’è un’altra vicenda importante da dire, gli anni ’90 hanno anche sancito la sconfitta del pentitismo di tipo mafioso, perché sul pentitismo mafioso si è rivoltata tutta una parte della intellighentia italiana sia politica sia economica. Il dottore Pignatone, quando è venuto a Reggio, mi ha chiesto chi siano gli ultimi collaboratori. Io ho risposto che gli ultimi risalgono a tre anni fa, dopodichè non ne abbiamo più avuti. Questo dovrebbe fare pensare com’è la realtà e che tutto sommato si accetta per quieto vivere questa situazione per cui la mafia costituisce una sorta di agenzia di assicurazione sul prodotto che uno vende o su un’attività che uno svolge. Ci vorrebbe una rivoluzione sia culturale che sociale, quei valori di antimafia sociale che qui non ci sono». Gli arresti eccellenti come quello di Paolo Nirta, sono fatti episodici o possiamo pensare che cambino veramente qualcosa? Sicuramente rassicurano il cittadino, ma sono fatti strutturali o no? «Diciamo che in effetti lo Stato è presente. Tutto sommato l’antimafia qui funziona ma non è sufficiente. Ormai è chiaro che la mafia non si batte processualmente. Non è con il carcere che loro smettono di essere mafiosi, anche per i ragazzini questa è un’esperienza che, comunque, va fatta e superata. Oggi si diventa mafiosi per essere potenti economicamente e socialmente. Purtroppo nel campo dei sequestri e nell’accertamento dei patrimoni noi siamo indietro».

lunedì 1 settembre 2008

Immigrati e rifugiati politici in Calabria: l'esperienza positiva di Riace, Caulonia e Stignano


Nei giorni scorsi i Sindaci dei tre Comuni della Locride si sono detti pronti ad accogliere i migranti nei loro paesi. Particolarmente interessante la felice esperienza d'integrazione già avviata a Riace, dove nelle botteghe del borgo lavorano rifugiati politici di diversa nazionalità. Il presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero, ha incontrato i Sindaci e ha visitato le botteghe. "Riace è un laboratorio sociale interessante - ha dichiarato Loiero - ed è la dimostrazione di quanto errata sia l'equazione, che certe forze politiche vogliono far passare, immigrazione uguale criminalità. A Riace immigrazione vuol dire integrazione ma anche risorsa".

Tutto ciò lo si deve soprattutto al lavoro dall'Associazione Città Futura "Giuseppe Puglisi". L'Associazione "è stata fondata a Riace nell'estate dell'anno 1999 da un gruppo di giovani del luogo, per la promozione, la ricerca e lo studio etnografico della storia e della cultura locale. Molteplici interessi hanno caratterizzato il percorso culturale dell'Associazione: sociali, etici, politici. In particolare sono state valutate con attenzione le attuali problematiche che affliggono i piccoli centri rurali della Calabria come Riace, dove sono in atto dei processi di spopolamento e soprattutto non esistono concrete prospettive di sviluppo sociale ed economico. La principale attività realizzata e sviluppata è un ecovillaggio denominato "Riace Village", che è la riproposizione di un villaggio rurale per l'ospitalità diffusa, l'accoglienza profughi, il recupero e le valorizzazione degli antichi mestieri artigianali. Nella scala dei valori della comunità rurale degli antichi villaggi calabresi, il senso dell'ospitalità occupava un posto prioritario, un aspetto che è stato ripreso come elemento centrale nel progetto dell'ospitalità turistica e dell'accoglienza dei rifugiati. L'associazione Città Futura è stata initolata a Giuseppe Puglisi, prete di frontiera del quartiere Brancaccio di Palermo, ucciso dalla mafia agli inizi degli anni '90" (dal sito dell'Associazione).

Riace (RC)
 Fonte immagine: italybeachfront.com


L'esperienza d'integrazione nei comuni della Locride è stata raccontata da Ida Dominijanni, in un articolo pubblicato su "il manifesto" del 27 agosto 2008:

Laboratorio Riace, rifugiati modello locride
di Ida Dominijanni

Lem Lem fila la ginestra per farci i tessuti, un’antica arte della Calabria jonica che sta rifiorendo anche grazie a lei e ad altre come lei. Ha 25 anni, è bella, capelli e occhi scuri, vive a Riace da quattro anni con sua figlia Anna e suo nipote Thomas che lei considera un altro figlio e Anna un fratello, tutti e due hanno sette anni e tutti e due, mentre la madre lavora nel laboratorio di tessitura, frequentano con un’altra dozzina di bambini la scuola estiva in un antico palazzotto ristrutturato poco più in là, imparano l’italiano, giocano e hanno l’aria felice. Lem Lem sbarcò con i due bimbi in Sicilia nel 2004, viaggio per mare dalla Libia per 900 dollari, ma era in fuga dal Sudan e dalla guerra già nel 2000, e ora che vive a Riace non va tanto male: 400 euro al mese li guadagna al laboratorio la mattina, altrettanti li tira su facendo la colf nel pomeriggio. Di fronte a lei, al telaio, c’è un’eritrea di 23 anni, statuto di rifugiata, tre figli anche loro alla scuola estiva, sono qui da otto mesi; anche lei, come Lem Lem, è ortodossa, altre ospiti di Riace invece sono cattoliche, altre islamiche.
Issa invece di anni ne ha 37, non lavora nel laboratorio tessile ma in quello di ceramica, nel 2001 scappò da Gazine, piccolo centro afgano a cinquanta minuti da Kabul, dove i taliban volevano arruolarlo per forza, venne in Italia attraverso la Turchia, due mesi nel Cpt di Crotone, poi il centro di prima accoglienza di Venezia dove gli consigliarono di stabilirsi a Riace. Adesso che fa il ceramista guadagna 800 euro al mese, ne paga altrettanti all’anno per l’affitto e dell’Afghanistan dice, scuotendo la testa, che va sempre peggio.
Di storie come quella di Lem Lem e di Issa, a Riace se ne contano una sessantina: tanti sono gli immigrati, perlopiù rifugiati, eritrei, etiopi, afgani, rumeni, palestinesi, che hanno trovato accoglienza in questo piccolo borgo appeso sulle colline della costa jonica, da dove l’altro ieri è partita la proposta, d’intesa con gli altri due comuni vicini di Caulonia e Stignano, di aprire le porte ai migranti che le trovano chiuse a Lampedusa.
Riace è un centro della Locride noto più degli altri per via del ritrovamento dei Bronzi, ma come gli altri segnato da un passato novecentesco di emigrazione di massa in America e in Nord Europa e come gli altri destinato a un futuro di decadenza e di spopolamento, finché a qualcuno non è venuto in mente che quel piccolo borgo, oltre a ridare vita agli immigrati, poteva riceverne. Quel qualcuno è l’attuale sindaco, Mimmo Lucano, meno che cinquantenne, militanza nei movimenti e nella «sinistra antagonista» come la chiama lui, mai una tessera di partito però, e un’idea lucida sul suo territorio, questa: tutta quella gran corsa allo sfruttamento turistico del mare, con tanto di massacro edilizio della costa jonica, non serve proprio a niente se non si rivitalizzano gli antichi paesi della collina, con i loro tesori artistici (la cattedrale di Stilo è a un passo da qui), la montagna incontaminata alle spalle e una vista da sballo sul golfo di Squillace.
Così nel ’98, quando da queste parti cominciarono gli sbarchi di esuli curdi e i primi esperimenti di accoglienza a Soverato e Badolato, Lucano non ci vide una jattura ma una risorsa, umana ed economica. Mise su un’associazione, «Città futura», un centro culturale ed etnografico in uno dei più bei palazzi di Riace, e un progetto integrato di accoglienza dei migranti e di turismo equo e solidale, con l’idea di ripopolare l’antico borgo desertificato. Si trattava di riaprire le case abbandonate, nel corso del 900, dagli emigrati in America e in Nordeuropea e di riusarle in parte per gli immigrati che arrivano a ondate dal mare, in parte per creare un «albergo diffuso» per turisti in cerca di natura e sapori autentici.
Così l’amministrazione del 2001 si convinse ad aderire subito al primo programma di protezione per i rifugiati, e il resto è venuto dopo l’elezione a sindaco di Lucano, nel 2004, con la lista civica «Un’altra Riace è possibile», un nome un programma. Adesso i migranti - più donne che uomini - diventati stanziali sono 60, i posti letto dell’albergo diffuso 120, vengono scolaresche in gita da tutta Italia a vedere l’esperimento e capita che si coronino matrimoni fra turisti francesi e tedeschi con le bomboniere fatte a mano da Issa.
Non c’è dunque solo un istinto di generosità, ma anche un esperimento oliato alle spalle, dietro la proposta di accoglienza avanzata da Lucano ha avanzato assieme ai suoi colleghi di Caulonia, Ilario Ammendolia, e di Stignano, Piero Sasso. Fra le case abbandonate dei tre paesi, una scuola dimessa di Caulonia e la Casa del pellegrino della diocesi di Locri, affidata in comodato d’uso al comune, si arriva a più di trecento posti: un messaggio civile e mediatico potente da una zona abituata a ricevere gli onori della cronaca solo in caso di mattanze mafiose. Non c’è nemmeno omogeneità di campo politico: se Ammendolia è un sindaco Pd che viene dal Pci e volentieri racconta e rivendica i fatti della «Repubblica rossa» di Caulonia del ’43, Sasso viene da An e guida una giunta di centrodestra.
Tutti e tre però sono convinti che non si può continuare ad assistere agli sbarchi - gli ultimi, proprio fra Riace e Stignano, l’8 luglio e il 22 agosto - gridando continuamente all’emergenza. E che non è solo disumano, ma anche antieconomico continuare a imbottire i Cpt: «Una giornata di un immigrato in un Cpt costa allo stato 70 euro, una giornata di un rifugiato coperto da un programma di protezione ne costa 22», dice Lucano. Se Lampedusa rammenda i fili spinati - «ma bisogna anche capire che quell’isola non ce la fa più», dicono i tre - qualche altro è pronto a strapparli.

sabato 30 agosto 2008

Strana questa Calabria

di Giuseppe Marchese

Amantea.net - Strana questa Calabria piena di straordinarie bellezze naturali, di incredibili tramonti sul Tirreno , di dolcissime albe sullo Ionio, di bellissimi paesaggi, di posti incontaminati e tutti da scoprire, ma anche di posti sporchi, di fogne che allagano terreni, fiumi e mari, di aziende pubbliche , miste e private inefficienti, di politici corrotti o corrompibili, di Calabresi orgogliosi di esserlo ...... e di Calabresi di cui la Calabria non può essere orgogliosa.
Strana questa Calabria lontana dai mercati e che non fa nulla per avvicinarsi ad essi.
Ma ancora più strana è questa Calabria che può fare turismo per l’intero anno e che fa troppo poco se non quasi nulla per essere la regione del sole caldo che riscalda anche gli animi, del mare pulito, delle temperature miti, dei prodotti agricoli straordinariamente pieni di sapori, della dieta mediterranea, della ospitalità sincera .
Strana questa Calabria della autostrada in corso di lentissimo ampliamento e che sarà insufficiente prima ancora che siano finiti i lavori.
Strana questa Calabria che amplia la Statale 106 e dimentica totalmente la Statale 18 in cui si muore e ci si muove a stento.
Strana questa Calabria i cui sindaci attivano photored ed autovelox per garantire la sicurezza dei turisti ma i cui vigili dimenticano di fare anche le contravvenzioni nei centri abitati .
Strana questa Calabria dal mare bellissimo ma che si sporca per le reti a strascico senza che nessuno intervenga definitivamente e senza che vengano approvati i progetti proposti di impianto dei tetrapodi.
Strana questa Calabria piena di acque ma i cui abitanti ed ospiti non vengono riforniti da una azienda a maggioranza pubblica e governata da politici calabresi e senza che i suoi sindaci si arrabbino e si dotino di pozzi propri con costi dell’acqua molto più contenuti.
Strana questa Calabria che per molti versi comincia a somigliare alla Campania e non ha nemmeno la speranza che arrivino Berlusconi e Bertolaso.
Strana questa Calabria i cui fondi del POR vengono fortemente utilizzati per la formazione di personale senza che mai nessuno abbia poi detto quanti di questi formati siano stati assunti dopo e grazie alla formazione!
Strana questa Calabria che ha più dipendenti regionali della Lombardia che ha almeno quattro volte i suoi abitanti.
Strana questa Calabria la cui classe politica si vanta da sola ed è vantata dai mass media compiacenti o comprati ma i cui figli continuano ad emigrare.
Strana questa Calabria che spende gran parte del bilancio regionale per una sanità inefficiente od insufficiente.
Strana questa Calabria alla quale il Signore, come dice Leonida Repaci, ha dato tanto, ma il cui popolo continua ad accettare altre dominazioni, senza trovare in sé l’orgoglio di difendersi e di difendere la terra e gli uomini, se uomini vi sono.

Caos nel Cuore di Orione

Chaos at the Heart of Orion
(Fonte imagine:
NASA)

I telescopi spaziali Spitzer e Hubble collaborano per presentare il caos che stanno creando stelle nascenti (si calcola oltre 1000) nella nebulosa di Orione.La composizione di luce infrarossa e luce visibile indica che le quattro enormi stelle del Trapezio al centro della nebulosa sono le maggiori colpevoli nella nota costellazione di Orione. Il gruppo appare nella macchia gialla al centro dell’immagine. Nella luce visibile e ultravioletta, i vortici di verde indicano idrogeno e gas sulfureo riscaldati e ionizzati dalla intensa radiazione ultravioletta delle stelle del Trapezio. Contemporaneamente l’immagine in infrarosso dello Spitzer evidenzia molecole di carbonio nella forma di idrocarburi aromatici policiclici. Queste molecole organiche sono illuminate dalle stelle del Trapezio e appaiono come ciuffi rossi e arancio.Sulla terra gli idrocarburi aromatici policiclici si trovano nei residui bruciacchiati e negli scarichi delle auto.Insieme, i due telescopi mostrano le stelle in Orione come un arcobaleno di punti disseminati nell’intera immagine. I punti giallo-arancio ripresi da Spitzer sono stelle nascenti immerse in bozzoli di polvere e gas. Hubble mostra stelle con poco bozzolo come macchie di verde, e le stelle in primo piano come macchie blu.I venti stellari dagli ammassi di stelle giovani disseminate nella nebulosa incidono increspature e vuoti in Orione. Il grosso vuoto nella destra dell’immagine è stato molto probabilmente causato dai venti provenienti dalle stelle del Trapezio. (Testo dalla NASA, 7 nov. 2006 - Traduzione: GAE - Gruppo Astrofili Eporediesi - "G.B. Beccaria").

venerdì 29 agosto 2008

Un sogno... per ricordare Nicola Silvi

Ieri, ricordando Nicola Silvi a quindici anni dalla sua scomparsa, Gessica Iannone, in un commento al post A cercar lumi… con Nicola Silvi, ci ha lasciato un “sogno” per ricordare il nostro comune amico e concittadino:
“Nicola Silvi non è stato dimenticato… ho sempre sognato, quando vado ancora a trovare le sue spoglie, un giorno di vedere una lapide con i suoi versi dedicati al Mio Piccolo Cimitero Stalettese. Sarebbe un segno di riconoscimento per lui, e un dono per tutti i nostri cari che lì riposano. Perchè le parole della sua poesia cantino al vento che soffia sulla collina che Nicola guardava dal suo terrazzo...”.
Cogliamo il senso profondo del “sogno” di Gessica e lo condividiamo pienamente. Dalle pagine di “Utopie Calabresi” lanciamo un appello all’Amministrazione Comunale di Stalettì che, ne siamo certi, saprà dare il giusto seguito ad una proposta, che interpreta degnamente i sentimenti di tanti nostri concittadini.
Grazie, Gessica.
DOMENICO CONDITO


Nel mio piccolo cimitero stalettese…
Nel mio piccolo cimitero stalettese
odo anc-ora soffiare il respiro
di Pan nelle siringhe dei pini.
Il Dio terragno m’accarezza i sensi
da scordare con nolente volontà.
Il mistero a me sussistente
è il Nomos della morte
risalente all’etimo della vita.

Sul mare migrano sepolcri
leggeri di vuoti volumi
immemori di immagini;
legato ad un filo sacro
m’arrampico come un funambolo
all’impossibile possibilità
d’una rimembranza consolante.

Il mio muto cimitero paesano
affonda nel liquido elemento
d’una primordiale opaca placenta.
Chi invidia il fragile uomo
sol perché sa essere nato alla morte?
Gli uccelli nell’aria nell’acqua
i fiori le lucertole nel sole
la gatta nell’ombra non sanno
il ritorno che fiacca
e fa sangue sudare
ad ogni figlio di Dio.

Nell’aria di miele sciama
l’argentea chioma d’ulivo
per secoli immemori
e qui contempla il silenzio
del vario respiro ed uguale del mare.
Tempus tacendi est.
Nella nostalgia del silenzio
il mio cimitero marino
sotto la luna folle
che brucia ogni senso insensato.

NICOLA SILVI

Nicola Silvi, La misura della vita, a cura di Giovanni Amodio, Schena Editore, Fasano (BR) 1995, p. 89-100.

"... Arrivederci, Nicola; verremo a trovarti nel piccolo cimitero che A Stalettì galleggia nell’aria / come un’ala di colomba / sull’azzurro Jonico. Anche se Il mito della morte / mai ha raccontato / la sua favola oscura, noi tuoi amici sappiamo che con te ora Stalettì non è solo più un punto della Calabria ma un punto sull’imperscrutabile Universo, da cui partire per la conoscenza “altra” del mondo “altro”.

ERALDO GARELLO

Eraldo Garello, Fuori misura, in Nicola Silvi, La misura della vita, a cura di Giovanni Amodio, Schena Editore, Fasano (BR) 1995, p. 21.

Orbiting a Red Dwarf StarFonte immagine: NASA

giovedì 28 agosto 2008

Barack Obama si ispira a Gioacchino da Fiore, il mistico calabrese citato da Dante Alighieri

L'Autore della Divina Commedia lo colloca nella seconda corona degli spiriti sapienti, nel cielo del Sole: lucemi dallato/ il calavrese abate Giovacchino/ di spirito profetico dotato (Pd XII 140).
Obama, che cita l'Abate silano nei suoi discorsi, è stato invitato a visitare l'abbazia di San Giovanni in Fiore (Cosenza) che ne conserva le reliquie.

COSENZA, 28 ago. - (Adnkronos) - La Calabria invita Barack Obama a visitare l'abbazia dove sono custodite le reliquie del mistico medievale Gioacchino da Fiore. Il sindaco di San Giovanni in Fiore e il Centro Studi Gioachimiti, a quanto apprende l'ADNKRONOS, hanno contattato, nel giorno della Convention di Denver, le associazioni italo-americane per l'eventuale viaggio del candidato alla Casa Bianca nel piccolo paese silano. Il Comune di San Giovanni in Fiore vuole omaggiare Obama, consegnandogli la cittadinaza onoraria, perché per ben tre volte, durante la sua campagna elettorale, ha citato Gioacchino da Fiore, l'abate silano fondatore nel XII secolo dell'ordine florense e caro a Dante, che nella Divina Commedia lo definisce "il calavrese di spirito profetico dotato". Nei suoi discorsi il candidato democratico ha fatto riferimento a questa grande figura di religioso e iniziato medievale chiamandolo "maestro della civiltà contemporanea" e "ispiratore di un mondo piu' giusto". "Conosco questi riferimenti e richiami - dichiara all'ADNKRONOS l'antropologo Aldo Civico, esperto di Relazioni Internazionali e docente alla Columbia University che lavora nello staff del senatore afroamericano - ma non sono io ad avergli fatto conoscere Gioacchino da Fiore o ad avergli ispirato queste citazioni. E' stata una autonoma scoperta culturale da parte di Obama". ''Siamo pronti ad accogliere Obama - dichiara il sindaco Antonio Nicoletti - Ci inorgoglisce che il candidato alla Casa Bianca si sia ispirato a Gioacchino da Fiore. E' un personaggio molto amato e conosciuto da eminenti studiosi europei, soprattutto tedeschi, francesi, e paradossalmente americani. In Italia invece salvo il nostro Centro studi gioachimiti lo é meno''.

Abbazia di San Giovanni in Fiore (CS)
Fonte immagine: Wikimedia Commons

A cercar lumi... con Nicola Silvi

Quindici anni fa, il 28 agosto 1993, la scomparsa di Nicola Silvi. Il ricordo dell'amico Antonio Froio.

INSIEME A CERCAR LUMI (in memoria di Nicola Silvi)

Dalla piazza battuta dal sole,
crogiolo dei rossi pesci muti,
lungo la traccia del percorso antico
giù insieme, andammo
a cercar lumi
sopra le pietre che ti videro infante.

Un’ombra stagna logorava il tuo corpo;
ma tu, dall’arco granitico
ai bassi tetti strachi,
dai secolari ulivi
e dalle ginestre in fiore,
nuova linfa traevi.

Poi l’affanno
o l’incanto dell’omerico golfo
ti piegarono sul pietroso giaciglio
dell’amata quercia
e il tuo canto si levò sull’aerea collina
a cogliere la verità estrema.

Invano hai aspettato
quella risposta senza tempo né spazio.
Ti sei fermato;
e sulla via diruta ancora da esplorare
i tuoi progetti
hai seminato al vento.

Ora, sul tremulo sfondo marino
baluginante al diadema di Hera,
il grande albero
avvolge di silenzio il mio pensiero:
ricordi di te;
amico per sempre.


ANTONIO FROIO

A. Froio, Insieme a cercar lumi, in Verso Fine Millennio (la poesia in antologia), a cura di Giovanni Amodio, Progetto Letterario nell’ambito delle celebrazioni “Taranto 1996” - Anno della Magna Grecia, Lisi Editore, p. 36.

Antonio Froio con l’amico Nicola Silvi
“lungo la traccia del percorso antico”,
l’antica Via Grande di Stalettì

mercoledì 27 agosto 2008

Nicola Silvi, Linguaggio del tempo-spazio nel “Poeticus” di R. Aloisi, Lacaita Editore, Manduria 1986

Quindici anni fa, il 28 agosto 1993, la scomparsa di Nicola Silvi, giornalista, saggista, scrittore, poeta. Intellettuale limpido e generoso, quanto scomodo e controcorrente, ci lascia in eredità opere di grande ingegno e uno straordinario esempio di vita.
Oggi lo ricordiamo presentando una fra le sue opere più significative: il Linguaggio del tempo-spazio nel “Poeticus” di R. Aloisi. Il saggio fu presentato a suo tempo dall'Autore in uno dei Seminari di Erice organizzati dal prof. Antonino Zichichi. Ad ascoltare il calabrese di Stalettì: un punto della Calabria studiosi e scienziati di tutto il mondo, fra i quali diversi premi Nobel.


Dal retro di copertina di N. Silvi, Linguaggio del tempo-spazio nel "Poeticus" di R. Aloisi, Lacaita Editore, Manduria 1986:

NICOLA SILVI nel mezzo di questo 1986 licenzia il presente lavoro su Alfredo Rosario Aloisi, poeta ignoto in Italia, in Calabria e nello stesso paese natale di Palermiti che trovasi in Calabria e quindi in Italia. Quando il Silvi venne in possesso, per caso, del Poeticus dell’Aloisi si accorse che questo poeta aveva rotto ogni aggancio con la prosodia metrica secolare e che tuttavia tale prosodia non poteva essere riallacciata né alle forme di una poesia artificiale né a qualunque «teconopaegno» memorante forme ludiche anziché la vera «pòiesis» del pensiero. Venuto a contatto col poeta seppe che tale Poeticus era stato preceduto da un altro volume di versi intitolato Dai frammenti di Talimane appena segnalato a una edizione del Premio Viareggio. Dallo studio di queste opere dell’Aloisi Nicola Silvi ha tratto i presenti tre capitoli: nel primo egli tenta di scoprire nella crotonese scuola di Pitagora il «valore» della misura quale fondamento della metageometria contemporanea; nel secondo, esaminando Dai Frammenti di Talimane s’imbatte infatti in un poeta che si macera nella ricerca della «dirittura del secolo», tentativo questo che fallisce per mancanza di coscienza delle coordinate logiche e oggettive alle quali omologare il linguaggio poetico fluente. Nel terzo capitolo il Silvi, riprendendo una pagina di Massimo Bontempelli che sollecitava la cultura italiana – e non solo quella – a ricostruire il concetto di Tempo e di Spazio, trova nella poesia dell’Aloisi la risposta a questa richiesta. La domanda di una poesia che risponde alle moderne istanze della Scienza è posta da studiosi di rango quali Bachelard, Jakobson ed altri ancora. Nicola Silvi quindi aggancia alle contemporanee categorie einsteiniane la poesia dell’Aloisi e indaga nel Poeticus non solo il termine della geometria euclidea rispecchiata sino ad oggi nel «parallelismus versuum», ma la possibile visione della «cosa in sè» nel linguaggio poetico adeguato alle forme dello Spazio e del Tempo alle quali il linguaggio dell’Aloisi si adegua per tornare ad essere pitagorica «misura» epocale.
 
Nicola Silvi intervista la scrittrice Dacia Maraini

Intervista al prof. Gaspare Baggieri sugli scheletri dei guerrieri rinvenuti nel castello di Squillace

di Salvatore Taverniti

SQUILLACE - Continua sostenuto il flusso turistico al museo del castello di Squillace. Nel mese di agosto, infatti, sono state centinaia le persone che hanno visitato la “sala dei Guerrieri”. Dalla sua apertura ormai si è oltrepassata la soglia delle duemila presenze. L’esposizione dei reperti, gli scheletri attribuiti a due guerrieri del XII secolo, ha suscitato un richiamo al di là delle aspettative, incuriosendo anche autorità ed esponenti del governo nazionale. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Carlo Giovanardi, in visita a Squillace, accompagnato dal sindaco Guido Rhodio ed altre autorità, ha visitato il museo del castello soffermandosi con ammirazione e stupore ed esprimendo i suoi complimenti per l’interessante iniziativa. L’ideazione scientifica progettuale è stata eseguita da Gaspare Baggieri, antropologo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, al quale, non nuovo a questo genere di risultati, raggiunto telefonicamente, abbiamo chiesto quale sia la ricetta per destare simili interessi. “Per ogni evento c’è una ricetta specifica – ci ha confessato - per le trattazioni dei reperti umani, siano esse mostre, conferenze, convegni, fin da subito si deve lavorare per distinguere correttamente i valori etici, didattici, scientifici e culturali”.
Per Squillace come si è mosso?
“Nel caso specifico, il messaggio che scaturisce da un evento simile doveva arrivare ai destinatari con garbo e anche con una carica di riflessione che accompagnasse ancora qualche minuto, usciti dal museo, il pensiero dei visitatori. Pare che ci siamo riusciti”.
Cos’è che colpisce il visitatore?
“La sintesi espositiva, cioè il canale di trasmissione, gioca il ruolo fondamentale. Questa fase deve necessariamente essere testata (materiali scelti, dimensioni, colori, assemblaggi tecnici, ecc.); il risultato finale deve quasi sempre essere la conciliazione delle aspettative rilevate. In poche parole un linguaggio semplice che arrivi a tutti”.
E dei volti dei due individui?
“Le scelte, ovviamente, sono maturate da un gruppo di lavoro ben motivato. Ad esempio, la ricostruzione dei volti, eseguiti dal maestro scultore Gabriele Mallegni, che ha tradotto i dati scientifici dei punti anatomici dei crani forniti dal prof. Francesco Mallegni hanno rappresentato un’ineludibile testimonianza che doveva arricchire il contesto espositivo. I calchi, così come il restauro delle ossa, ed i pannelli descrittivi, hanno impegnato non poco: le scelte operate ci hanno premiato. Infatti, è stata raggiunta la sobrietà solenne del contesto che ci eravamo prefissati”.
Poca informazione promozionale è stata fatta, eppure è continua la presenza dei visitatori...
“Il luogo incantevole, il castello con i suoi ruderi e il contributo della cittadinanza sono l’ urlo di risonanza fatto dal silenzio e dall’orgoglio che si deve ai propri antenati: forse è questa la vera ricetta. E poi la Calabria e la sua gente bella ed estremamente sensibile”.
A quanto pare lei si intende di comunicazione?
“Ho avuto la fortuna di essere stato selezionato dal Ministero qualche anno fa per un perfezionamento in comunicazione pubblica svolto per due anni alla scuola superiore della Pubblica Amministrazione di Bologna. Tra gli argomenti trattati, alcuni affascinanti legati proprio al modo di fare informazione culturale”.
Delle esperienze passate che cosa l’ha colpita di più?
“Nel corso della mostra ‘Mater, incanto e disincanto d’amore’, tenutasi a Roma nel 2000, un alto prelato arrivò defilato con il suo autista, sostò nella sala dedicata all’abbandono dei bambini per più di un quarto d’ora, per allontanarsene commosso. La cosa mi colpì molto”.
Delle sue esperienze di lavoro, quali apprezzamenti le sembrano significativi?
“Alcune recensioni sull’Osservatore Romano, e sicuramente i complimenti di diverse note personalità”.
Come passa il tempo libero?
“Mi piacciono i film del dopoguerra, una miniera di informazioni su come eravamo, come erano i nostri luoghi, le nostre città, vere pagine di poesia universale, scritte dalla sofferenza. ‘Sciuscià’, che ebbi modo di commentare nel 2005 in una proiezione al Ministero dei Beni Culturali, descrive bene il mio intendimento”.

Gli scheletri dei guerrieri di Squillace

Le mura del castello - (Le foto del castello sono di Laura Za)

martedì 26 agosto 2008

Isola Capo Rizzuto, presentato il progetto delle “Mini Olimpiadi per disabili: lo sport come strumento di comunicazione fra il sé e l’altro”

Un'iniziativa d'avanguardia per l'integrazione delle persone con disabilità, in una realtà sociale difficile.
25 agosto - 6 settembre


di Domenico Condito

L’approccio alle problematiche delle “persone” con disabilità si è andato modificando profondamente nel corso degli ultimi decenni. Il rinnovamento pedagogico ha favorito il passaggio da un atteggiamento assistenziale e protezionistico, che garantiva la soddisfazione dei bisogni primari, alla promozione di una qualità della vita e di una realizzazione della “persona” con disabilità attenta e rispettosa del suo divenire biologico, psicologico ed esistenziale. Ma molto resta ancora da fare. La centralità della persona è un valore certamente acquisito a livello teorico, ma non sempre realizzato concretamente e in modo adeguato negli interventi a favore delle persone con disabilità. Ma esiste un luogo in Calabria, dove l’impegno a favore dell’integrazione delle persone con disabilità si colloca oltre il dire eccessivo e retorico, le buoni intenzioni e le vuote celebrazioni formali. Succede a Isola Capo Rizzuto (Crotone), dov’è stato concepito un progetto d’avanguardia, perché la parità dei diritti, la non emarginazione, l’integrazione sociale delle persone con disabilità si traducano in azioni concrete. Giusto ieri, nella sala del Palazzo Vescovile del Duomo di Isola, è stata presentata la “Mini Olimpiadi per disabili: lo sport come strumento di comunicazione fra il sé e l’altro”. L’iniziativa è promossa dall’ufficio progetti della “Misericordia di Isola”, in collaborazione con il gruppo dei giovani dell’Oratorio, e avrà la durata di 10 giorni, densi di attività motorie, teatrali, laboratori, giochi di abilità - orientamento. Una giornata, inoltre, sarà dedicata ad attività con i cavalli, spesso validi "collaboratori" di educatori, riabilitatori e terapeuti che si occupano di disabilità. Il progetto è patrocinato dalla Regione Calabria, dalla Provincia di Crotone e dall’Amministrazione Comunale di Isola Capo Rizzuto. Durante la presentazione dell’iniziativa, il parroco don Edoardo Scordio ha citato il brano del Vangelo di Marco (10, 46-52) relativo al “cieco di Gerico”, per riflettere sull’atteggiamento di solidarietà e di ascolto che Gesù manifestò nei confronti di una persona con disabilità, che nella cultura del tempo era, invece, considerato sinonimo di impurità e castigo di Dio.
“Ma i disabili non vogliono compassione da noi - ha affermato don Edoardo - perchè per tanti aspetti siamo noi ad essere più carenti di loro, sotto molti punti di vista”. Don Edoardo ha poi tracciato la differenza tra il concetto di solidarietà e quello di assistenzialismo. Quest’ultimo è stato definito “un brutto modo di aiutare gli altri, perchè promuove la cultura della diseducazione, così com’è accaduto ai cittadini di Isola, i quali si sono abituati a fare ciò che vogliono, con il conseguente risultato del mancato pagamento delle tasse, dell’abusivismo edilizio o delle lamentele per la crisi idrica, che non viene sopperita da atteggiamenti di responsabilità, studio e impegno nel provvedere personalmente alla risoluzione dei problemi. Questa è la vera disabilità”.
Ci colpiscono, e condividiamo pienamente, le riflessioni del parroco di Isola, capace di concepire, insieme ai suoi ragazzi, un progetto d’integrazione d’avanguardia, affidando ad esso un forte messaggio per il riscatto civile e morale dell’intera comunità. Quella di Isola, purtroppo, è una realtà “marchiata” da gravi contraddizioni sociali. La riaffermazione della centralità della persona e del suo valore etico, a partire dai soggetti più emarginati, ci sembra un modo utile, quanto coraggioso, per rilanciare quel territorio. Isola Capo Rizzuto potrebbe diventare in questo senso un esempio per la Calabria, che non sarà salvata dalla classe politica, ma solo da un profondo e radicale rinnovamento culturale e spirituale. Ma, si sa, un don Edoardo non fa primavera, e l’operato dei sacerdoti nelle nostre comunità non è sempre all’altezza della profonda crisi di valori che attraversa drammaticamente la nostra regione, anzi! Se dovesse continuare così, la crisi delle vocazioni potrebbe essere addirittura salutata come un fatto provvidenziale, il male minore, sempre che il laicato cattolico, sacerdozio regale, prenda maggiore coscienza della propria missione nella Chiesa e nel mondo. In fondo sarebbe come tornare alla Chiesa delle origini: “non abbiate paura”!

Cieli e terra nuova...

Crediamoci!

Opera prima di Nina Taccone, pubblicata dalle Edizioni Ursini: “OLTRE IL CUORE”, racconti e poesie

ROSARNO - A quasi 80 anni, Nina Taccone, grazie ai figli, corona il sogno di una vita e pubblica, con le Edizioni Ursini di Catanzaro, una bella raccolta di poesie e racconti dal titolo “Oltre il cuore”. Pur avendo coltivato sin da giovane la passione dello scrivere, partecipando a numerosi concorsi letterari, Taccone non aveva mai dato alle stampe alcun lavoro, se si esclude la presenza in qualche antologia, convinta com’era che le sue opere fossero il frutto di autentici momenti interiori che andavano conservati con grande gelosia nello scrigno della memoria.
“Autodidatta e casalinga - scrive di lei Ugo Verzì Borgese - possiede una sensibilità accorata che la ha spinta ad avvicinarsi alla poesia. Il verso l’aiuta a dipanare la sua personalità; la riflessione non priva di finezze rispecchia nella sua poesia le lacerazioni del suo animo di donna”.
La silloge poetica e narrativa, pubblicata nei giorni scorsi da Ursini, ci porge interamente l’anima dell’Autrice, ci dà una poesia del nostos; una poesia del ritorno della mente a fatti della giovinezza della Taccone, vissuti e rivissuti nel proprio cuore, dalla giovinezza all’età matura.
Sono episodi e personaggi rimasti vivi nel cuore di Nina Taccone, che, ora, in età matura, riprende liriche scritte in altro tempo; qualche altra lirica aggiunge oggi, alla luce di ulteriori letture e alla luce del suo sentimento palpitante, perché ella sente il bisogno di lasciare testimonianza della sua vita, del suo passare, delle persone che in altro tempo ed in altra stagione sono venute in contatto con lei. Ed il cuore di Nina sembra essere rimasto sempre semplice, sempre bello, sempre delicato.

“E delicata - aggiunge Ugo Verzì Borghese - è la poetessa a richiamare i tanti episodi della sua vita, i tanti personaggi con cui è venuta in contatto; e, soprattutto, con i familiari più stretti verso i quali ha sempre una parola di conforto e uno scatto di amorosa partecipazione.
Se è vero, com’è vero, che il tempo tutto cancella dalla memoria, la poetessa è dell’avviso che il suo libro servirà a lasciare ‘memoria’, l’impronta di un passare.
I motivi autobiografici, sia nei racconti e nelle poesie, ritornano costanti, dolci nella memoria; e la poesia, a mio parere, dove l’Autrice parla col cuore in mano, è “Un Diario”: un diario che “non ingiallisce e non si strappa” perchè “legato con i fili dell’amore”.
Nina Taccone non si sente ‘foglia morta’ pur nel tormento della vita, ma è una donna certa che “una nuova luce svelerà / questo mio ignoto pauroso/ e implorerò al Signore il suo perdono”.
Gli otto racconti inseriti nel volume sono anch’essi un ‘diario scritto col sangue’.
Le storie piccole di un microcosmo si dilatano nella sensazione dell’Autrice, che fa palpitare i personaggi, fa partecipare la natura a questi contesti narrati; una vita nella vita e per la vita.
“E’ bene - conclude Verzì Borgese - che il lettore si accosti, in punta di piedi e con la delicatezza ai racconti e alle liriche di Taccone e scopra, un po’ alla volta, durante la lettura, l’animo lirico di questa donna; il suo sentire; ne veda la semplicità ma al tempo stesso il suo amore al bello, al grande, al desiderato; di scoprire il desiderio di una poetessa di sciogliere nodi paurosi di un ignoto nella ricerca del perdono divino”.

giovedì 21 agosto 2008

Torre di Ruggiero (CZ): SCIALART 2008, Festival di "Musica Arte e Solidarietà" dal 24 al 26 agosto

Il centro calabrese, che ospita la rassegna da tre anni, è in prima linea con Amnesty International nella difesa dei diritti umani

Amnesty Intermational - L'associazione culturale "I Sognatori", la Sezione Italiana di Amnesty International, l'Amministrazione comunale di Torre di Ruggiero (CZ) con il patrocinio della Regione Calabria presentano la terza edizione di Scialart, il festival di 'Musica Arte e Solidarieta'' che si terrà a Torre di Ruggiero dal 24 al 26 agosto, dedicato al 60° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani. Torre di Ruggiero ospiterà eventi di musica, ballo, teatro, pittura, fotografia e momenti di condivisione di idee e riflessioni al fine di proporre una molteplicità di linguaggi artistici e per sensibilizzare il pubblico e le istituzioni sulle situazioni di disagio, sofferenza e soprusi a cui molte popolazioni, comunità e singoli individui sono sottoposti. L'evento sarà ulteriormente valorizzato dalla ricorrenza del 150° anniversario della ricostruzione del Santuario Mariano di Torre di Ruggiero, che da tre anni accoglie la rassegna. Da qui la volontà di organizzare un incontro inter-religioso sul dramma di milioni di profughi che vivono in drammatiche condizioni in paesi attraversati da conflitti politici e militari.

Durante la manifestazione, i Gruppi locali di Amnesty International cureranno le attività pomeridiane e allestiranno stand per la diffusione del materiale informativo dell'organizzazione sul sessantesimo della Dichiarazione universale dei diritti umani e per la raccolta di firme sulle campagne in corso.

PROGRAMMA:

Domenica 24 agosto ore 19:00
Ore 17.00: Inaugurazione Mostra di pittura e fotografia
Ore 19.00: Aperitivo musicale "Suoni e sapori di Calabria" con degustazione di prodotti tipici
Ore 21.00: Inizio concerti
"BACIAMO LE MANI" (Ragusa)
"RATTI DELLA SABINA" (Roma)

Lunedì 25 Agosto
Ore 16.30: Attivita’ pomeridiane curate dalla Circoscrizione Calabria di Amnesty International
Ore 19.00: Spettacolo teatrale curato da ‘Scialattori’
Ore 21.00: Inizio concerti
Gruppo Zed Folk (Salerno)
Bunarma A Folk-Pop-Rock (R. Calabria)

Martedi’ 26 Agosto
Ore 16.30: Attivita’ pomeridiane curate dalla Circoscrizione Calabria di Amnesty International
Ore 19.00: Tributo a Rino Gaetano. Aperitivo musicale con degustazione di prodotti tipici
Ore 21.00: Inizio concerti
Diva Scarlet Rock (Bologna)
Spasulati Band Reggae (Cosenza)

Per informazioni:
Tel. 328-4332251

CREDIAMOCI!

mercoledì 20 agosto 2008

"La melanconia del vampiro" di Vito Teti ripubblicata da Manifestolibri

Il prof. Vito Teti insegna Etnologia e Letteratura Popolari presso l'Università della Calabria, dove dirige il "centro di antropologie e letterature del mediterraneo" presso il Dipartimento di Filologia, ed è presidente del corso di Laurea in Lettere. Di recente Manifestolibri ha ripubblicato il suo saggio sulla figura del vampiro, come prototipo dell'eroe maledetto. Il prof. Teti ne ha tracciato un ampio profilo analizzando il suo sviluppo storico "dal folklore dell'Europa centrosettentrionale alle dispute settecentesche, dalla letteratura romantica alla psicoanalisi, dal cinema all'industria culturale, dai fumetti a internet". Vi proponiamo un'intervista sull'argomento al noto etnologo calabrese, pubblicata oggi su il Giornale.it, dal titolo "Un eroe problematico e umanissimo".

Presentazione, indice e alcune pagine del libro La melanconia del vampiro
Recensione del libro

L'intervista:
www.ilgiornale.it 20.8.08 - Il professor Vito Teti è docente di etnologia presso l’università della Calabria e tra le sue molte pubblicazioni c’è anche La melanconia del vampiro un classico sui vampiri come soggetto letterario e culturale (recentemente ripubblicato da Manifestolibri). Professor Teti perché il vampiro ci affascina da almeno due secoli? «Il vampiro letterario afferma il prototipo dell’eroe maledetto. È, a differenza del vampiro folclorico, un archetipo della modernità, parla di inquietudine. Segna la fine, ma anche il rimpianto, del mondo tradizionale...». Il suo successo in letteratura è ciclico. Come mai? «Non vorrei legare la questione meccanicamente al contesto sociale, ma nei periodi di passaggio questa figura mitica appare come particolarmente affascinante... In fondo il vampiro rappresenta bene l’“altro” il “nemico”. Come rappresentazione del pericolo terrorista ha un suo senso... Del resto è un pericolo strisciante che si insinua tra noi in maniera indiretta come il vampiro medesimo... ». Lei però parla, a partire dal suo libro, anche di melanconia del vampiro... «Sì, il vampiro è andato via via assumendo caratteristiche sempre più ambivalenti. È carico di solitudine, vorrebbe amare l’altro e invece lo divora, in qualche modo è sempre più una proiezione della nostra società: può tutto ma è solo. Poi è anche per sua natura un simbolo adatto a incarnare una profonda riflessione sulla vita e sulla morte. In una società dove non vogliamo più invecchiare, dove la morte ci è diventata estranea e elaborare il lutto è sempre più difficile, l’eternità del vampiro piace. È un modello di eternità sia agognata, sia temuta». Insomma il vampiro ci affascina perché è cambiato nel tempo e ci assomiglia sempre di più? «Racconta che in noi c’è bene e male, che vorremmo essere onnipotenti ma sappiamo che questo potrebbe disumanizzarci».

Alcune opere di VITO TETI:
1993 - La razza maledetta. Origini del pregiudizio antimeridionale, Il Manifesto, Roma
1994, 2007 -
La melanconia del vampiro, Manifestolibri
1999 - Il colore del cibo, Meltemi
2004 -Il senso dei luoghi. Memoria e vita dei paesi abbandonati, Donzelli
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